Nel 1967, Fabrizio De André consegnava alla musica italiana un’icona senza tempo: Bocca di Rosa. La sua storia era chiara, scolpita in versi cristallini: non faceva l’amore per noia né per professione, ma «per passione». Eppure, la società dell’epoca, e quella dei decenni successivi, non è riuscita ad accettare che una donna potesse disporre liberamente del proprio corpo senza un’etichetta contabile o moralistica. Per quasi sessant’anni, il nome di quel personaggio è stato sistematicamente schiacciato sul sinonimo di “prostituta”, fino a essere ufficializzato come tale dal Dizionario Treccani nel 2008. Oggi, finalmente, la Treccani annuncia una svolta: nella prossima edizione, Bocca di Rosa verrà affiancata dalla definizione di «donna libera». Un atto dovuto, che sanerà un fraintendimento storico, ma che spalanca una finestra sulle contraddizioni ancora vive della nostra modernità.
Il peso del linguaggio e il coraggio di chiamare le cose con il loro nome
Le parole non sono semplici etichette neutre; sono l’impalcatura con cui costruiamo la realtà, formiamo i giudizi e delimitiamo i confini della libertà individuale. Riconoscere Bocca di Rosa come «donna libera» significa restituire dignità al pensiero originale di De André, il quale già nel 1996 protestava amareggiato contro chi riduceva la sua creatura a una lavoratrice del sesso. La linguista Valeria Della Valle ha precisato che la vecchia definizione di “prostituta” non potrà essere del tutto cancellata, poiché ormai radicata nell’uso comune, ma verrà affiancata dalla nuova voce. È la dimostrazione di come i vocabolari registrino i mutamenti culturali, anche quando arrivano con un ritardo esasperante.
Come ha sottolineato Luvi De André, oggi la vera urgenza è affrancarsi da ogni forma di coercizione e stigma: che si viva la sessualità per puro desiderio o che la si scelga come professione regolamentata, ciò che deve prevalere è la libertà di scelta, a testa alta e senza ipocrisie. Tuttavia, la lentezza con cui la società assimilerà questo principio rivela quanto sia ancora profondo il solco tra le conquiste legislative e la sensibilità comune.
Bocca di rosa: l’ombra del doppio standard e la fatica di abbattere i vecchi stigmi
Il cambiamento della Treccani è un segnale incoraggiante, ma sarebbe ingenuo cantare vittoria. Il pregiudizio sulle donne che vivono la propria affettività e corporalità in autonomia resta uno scoglio duro da scalfire. Come ha ricordato la scrittrice Lidia Ravera, vive ancora un marcato doppio standard morale: un uomo con molti partner continua a essere socialmente percepito come un seduttore o un “playboy”, mentre per una donna scatta immediatamente l’insulto o la patologizzazione. Se va bene, le si concede l’alibi della ninfomania; se va male, la gogna del giudizio etico.
Anche lo scrittore Diego De Silva invita alla cautela, ricordando che la svolta linguistica non deve trasformarsi in una patina consolatoria di “politicamente corretto” che dimentica quanto sia stata spregiudicata e dirompente quella figura. La storia di Sant’Ilario, il paesino che caccia la donna per gelosia ma la festeggia di nascosto, è la metafora perfetta di un’Italia che ancora oggi fatica a conciliare la libertà femminile con i propri tabù. La ridefinizione della Treccani è un passo avanti fondamentale: ci ricorda che la modernità non si misura solo sulle norme, ma sulla capacità di guardare alle donne senza l’ossessione di doverle giudicare, classificare o perdonare.































































