Quella delle prime donne della Costituente, non è la storia di una sola donna, ma di ventuno donne. Ventuno vite diverse, ventuno percorsi lontani tra loro, unite però da qualcosa di molto preciso: il coraggio di entrare in un luogo che fino a quel momento non le aveva mai davvero volute.
Il 2 giugno 1946 segna uno spartiacque. Per la prima volta le donne italiane votano e vengono elette. Nell’Assemblea Costituente entrano 21 donne su 556 deputati: poche, pochissime, ma decisive. Arrivano da partiti diversi eppure trovano subito un terreno comune: i diritti.
Le prime donne della Costituente e il loro prezioso lavoro
Non sono figure costruite a tavolino. Sono donne che hanno vissuto la guerra, la Resistenza, il carcere, la clandestinità. Donne che hanno perso affetti, lavoro, sicurezza. Alcune non hanno potuto studiare, altre hanno dovuto lavorare fin da giovanissime. Adele Bei lascia la scuola a dodici anni per fare la bracciante. Teresa Mattei combatte nella Resistenza. Nilde Iotti e Teresa Noce conoscono la repressione e l’esilio. Il loro ingresso in Parlamento non è un punto di arrivo, ma un passaggio naturale di una battaglia già iniziata.
Eppure, una volta dentro Montecitorio, la sfida cambia forma. Non si tratta più di resistere al regime, ma di conquistare credibilità. L’ambiente è ostile. I giornali commentano più i vestiti che gli interventi, più l’aspetto fisico che le idee. Bianca Bianchi viene definita “la biondissima” invece che riconosciuta per il consenso ottenuto. Oggi lo chiameremmo body shaming, allora era normalità.
Anche in aula il clima non è diverso. C’è chi sostiene che le donne non possano accedere alla magistratura perché “troppo emotive”. Teresa Mattei risponde con una battuta che resta attuale: «Ci sono uomini che non ragionano mai tutto il mese». È ironia, ma anche lucidità.
Nonostante tutto, quelle donne non si fermano. Lavorano, insistono, si alleano. E proprio qui succede qualcosa di interessante: pur appartenendo a schieramenti opposti, riescono a collaborare su temi fondamentali. Mettono da parte le differenze quando si tratta di diritti femminili e uguaglianza.
Il loro contributo alla Costituzione è concreto. L’articolo 3, quello sull’uguaglianza, porta anche la loro firma, soprattutto nell’insistenza su un punto chiave: non basta dire che siamo tutti uguali, bisogna rimuovere gli ostacoli che rendono questa uguaglianza solo teorica. È un passaggio decisivo. Allo stesso modo, lavorano sugli articoli che riguardano la famiglia e il lavoro.
Cinque di loro entrano anche nella Commissione dei 75, il gruppo incaricato di scrivere materialmente la Costituzione. Un risultato enorme, considerando il contesto storico.
Ma il loro percorso non è lineare. Dopo la Costituente arrivano difficoltà, isolamento, scontri interni ai partiti. Alcune vengono messe da parte, altre si dimettono, altre ancora pagano scelte personali e politiche con l’emarginazione. Essere autonome, per una donna in politica, ha un prezzo alto.
Eppure il segno che lasciano è profondo. Senza di loro, la Costituzione italiana non sarebbe quella che conosciamo oggi. I principi di uguaglianza, tutela del lavoro femminile, dignità nella famiglia nascono anche dalla loro esperienza diretta.
Le prime donne della Costituente: i loro nomi
Adele Bei, Bianca Bianchi, Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Maria De Unterrichter Jervolino, Filomena Delli Castelli, Maria Federici, Nadia Gallico Spano, Angela Gotelli, Angela Maria Guidi Cingolani, Nilde Iotti, Teresa Mattei, Lina Merlin, Angiola Minella, Rita Montagnana, Maria Nicotra Fiorini, Teresa Noce, Ottavia Penna Buscemi, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi, Vittoria Titomanlio. Questi nomi non sono solo un elenco. Sono un’eredità.
Un’eredità che si può ricostruire anche attraverso le fonti istituzionali, come Senato della Repubblica, dove emerge chiaramente quanto il loro contributo sia stato determinante.
Le magnifiche 21 non hanno chiesto spazio: se lo sono prese. E soprattutto, lo hanno lasciato aperto per tutte le altre.


























































