I Castelli Romani lanciano la loro sfida più grande e scelgono di correre, compatti, per il titolo di Capitale Italiana della Cultura 2029. La decisione dell’Assemblea dei Sindaci del Consorzio Sistema Castelli Romani segna una svolta che ha quasi dell’incredibile per un’area da sempre abituata a guardarsi attorno per campanilismi e confini municipali: per la prima volta, diciassette amministrazioni decidono di abbattere le proprie barriere per presentarsi al Ministero come un’unica, grande “città diffusa”.
Un solo territorio, diciassette Comuni e una storia che parla da oltre tremila anni. L’idea alla base del dossier, ora in fase di stesura, è semplice quanto ambiziosa: prendere un patrimonio enorme fatto di archeologia, enogastronomia, ricerca e vita di paese, e trasformarlo nel motore di un futuro comune.
L’intuizione di Paolo Portoghesi e il sogno della “città-parco” dei Castelli Romani
Il cuore di questa candidatura affonda le radici in un’idea geniale dell’architetto Paolo Portoghesi, che già nel 1982 parlava dei Castelli come di una “città-parco”. In questa visione policentrica, ogni borgo conserva con orgoglio la propria identità, ma diventa il tassello di una rete viva. Un modo per fare squadra e offrire, proprio a due passi dal caos della Capitale, un modello alternativo dove la bellezza, la storia e la natura convivono davvero con le persone.
Il percorso punta a coinvolgere tutti: associazioni, università, botteghe e cittadini. Perfino la Città Metropolitana di Roma ha formalizzato la sua adesione al partenariato con un decreto firmato dal sindaco metropolitano Roberto Gualtieri. Ma proprio mentre ci si prepara a costruire questo grande sogno culturale, sul territorio restano aperte ferite e contraddizioni che rendono il cammino tutt’altro che semplice.
L’ombra del maxi inceneritore di Santa Palomba sul futuro del paesaggio dei Castelli Romani
Impossibile, infatti, parlare di valorizzazione culturale senza fare i conti con quello che succede a un passo da casa. A fare da pesante contraltare alla candidatura è la forte preoccupazione di amministratori, comitati e cittadini per la realizzazione del maxi inceneritore di Santa Palomba. L’impianto da 600mila tonnellate all’anno, con i cantieri avviati nel maggio 2026, si trova formalmente nel comune di Roma, ma all’atto pratico sorge proprio sull’uscio dei Colli Albani, a ridosso di centri come Albano, Marino, Ardea e Pomezia.
È la grande contraddizione del progetto: si può promuovere la bellezza di un paesaggio mentre alle sue porte si innalza un impianto di queste dimensioni? Molti cittadini ricordano che la cultura vive soprattutto di tutela dell’ambiente, di turismo sostenibile e di qualità della vita. La paura per i controlli ambientali, la viabilità e il prelievo di acqua dalle già sofferenti falde dei laghi di Albano e Nemi pesa enormemente. Per far sì che la candidatura al 2029 non rimanga una bella facciata, ma diventi una storia vera e credibile, la difesa dell’ecosistema e dell’identità dei Castelli dovrà andare di pari passo con i libri di storia e i progetti d’arte.








































































































































