calcio

C’è stato un tempo in cui il calcio non aveva regole, né stadi, né arbitri. Era qualcosa di più vicino a una rissa organizzata che a uno sport. Eppure, è proprio lì che nasce tutto. Per raccontarlo torniamo indietro nel tempo, quando quel pallone non rappresentava solo un gioco, ma anche un modo per sfogare tensioni, affermarsi, sentirsi parte di qualcosa.

Quando giocare significava combattere

Molto prima dell’Inghilterra, il calcio esisteva già, anche se con forme completamente diverse. In Cina, migliaia di anni fa, si praticava il Cuju, riconosciuto anche dalla FIFA come uno dei primi antenati del calcio moderno. Era un esercizio militare: si giocava con i piedi, senza usare le mani, cercando di colpire un bersaglio.

In Europa, invece, il gioco era ancora più fisico. I Greci avevano l’Episkyros, i Romani l’Harpastum. Qui il contatto era continuo, spesso violento. Seneca raccontava di partite fatte di urla e scontri, con i giocatori coperti di polvere e sangue. Non era intrattenimento, era sfida pura.

Nel Medioevo la situazione non migliora, anzi. Le partite diventano eventi incontrollabili: intere comunità si affrontano senza regole precise, trasformando le città in campi di battaglia. Non sorprende che i sovrani tentino più volte di vietarle. Già nel Trecento, Edoardo II d’Inghilterra definiva il calcio una minaccia per l’ordine pubblico.

Eppure non si ferma. In Italia, durante il Rinascimento, prende forma il calcio storico fiorentino: organizzato, sì, ma ancora durissimo. Più vicino a un combattimento che a uno sport.

La svolta del calcio: da caos a regole

Il vero cambiamento arriva nell’Ottocento, in Inghilterra. In una società che stava diventando sempre più moderna, quel gioco violento aveva bisogno di regole. E così nasce il calcio come lo conosciamo.

Nel 1863 viene fondata la Football Association. È il momento in cui si separa dal rugby e prende una forma precisa: undici giocatori, un campo definito, un arbitro. La violenza non sparisce, ma viene contenuta.

Da lì in poi, il calcio si diffonde ovunque. Arriva anche in Italia, nelle città più aperte agli scambi come Genova e Milano. All’inizio è uno sport povero: maglie improvvisate, traverse fatte con corde, giocatori che si cambiano a bordo campo. Il Genoa Cricket and Football Club è tra i primi esempi di organizzazione, spesso sostenuto con soldi messi di tasca propria.

Ma insieme alla crescita arrivano anche i problemi. Già nel 1927 scoppia uno scandalo legato a una partita tra Torino e Juventus: il primo scudetto non assegnato. Segno che certe dinamiche non sono cambiate poi così tanto.

Oggi il calcio è davvero tutto diverso?

Il calcio di oggi è lontanissimo da quello delle origini: tecnologia, milioni, regole rigidissime. Eppure, sotto tutto questo, resta qualcosa di molto simile.

Resta la tensione, la rivalità, il senso di appartenenza. Il bisogno di vincere, di sentirsi parte di una squadra. In fondo, è ancora una forma di sfida collettiva, solo più controllata.

La differenza vera è che oggi il caos è stato addomesticato. Ma non è sparito. È lì, sotto la superficie, pronto a riemergere ogni volta che una partita conta davvero.

Ilaria Bianchi

Redattrice sportiva, attrice e conduttrice. Laureata in Lingue, Culture e Letterature presso l’Università La Sapienza di Roma e con un Master in Luxury Brand Management, ha collaborato con diverse testate sportive, occupandosi in particolare di calcio e calciomercato. Dal 2022 è presenza televisiva, prima con il programma Donnavventura su Rai2, poi con Sportitalia e oggi come conduttrice del format Lazialità in onda su Lazio TV.
Appassionata di sport, cinema e comunicazione porta nei suoi lavori competenza, energia e una visione internazionale maturata grazie alle esperienze di studio e di vita all’estero.

Autori preferiti: Paulo Coelho, Alessandro Baricco
Registi preferiti: Federico Fellini, Paolo Sorrentino, Quentin Tarantino

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