Un’isola a forma di nave dove ci si cura da oltre duemila anni. Si, perché se ci si affaccia dai ponti attorno alle quattro del pomeriggio, con la luce calda che picchia sul Tevere, la prima cosa che si nota dell’Isola Tiberina è che sembra davvero una nave rimasta bloccata a metà corrente. I blocchi di travertino in basso hanno proprio la forma della prua, una scelta architettata dai romani che di certo non difettavano in senso del drammatico. Ma al di là della forma, la cosa strana è pensare a cosa rappresenta quel pezzetto di terra in mezzo al fiume: sono più di duemila anni che la gente ci va esclusivamente per farsi curare.
È un caso unico. Sono cambiati i governi, le religioni e la medicina stessa, ma la destinazione d’uso di quell’isola è rimasta la stessa identica da quasi tre secoli prima di Cristo a oggi.
Il serpente scappato dalla stiva e il primo tempio sull’isola
Tutto parte nel 293 a.C. Roma era piegata da un’epidemia devastante e, non sapendo più dove sbattere la testa, gli anziani del Senato mandarono una nave a Epidauro, in Grecia, per chiedere aiuto nel santuario di Esculapio, che all’epoca era il punto di riferimento per chiunque stesse male.
Le fonti dell’epoca raccontano che, una volta tornati indietro e risalito il Tevere, un serpente sacro portato via dal tempio greco scivolò fuori dalla nave e andò a nuoto fino all’isola. I romani ci videro subito un segno divino chiarissimo: Esculapio aveva scelto dove voleva stare. Lì vicino eressero il primo tempio e cominciarono a sagomare la roccia per farla sembrare un’imbarcazione di pietra, piazzando persino un obelisco al centro come fosse un albero maestro. Tenerci i malati si rivelò subito un’intuizione geniale anche dal punto di vista pratico, perché l’acqua attorno faceva da barriera naturale contro i contagi per il resto della città.
I frati del Cinquecento e l’invenzione del Morbo K
Quando la religione pagana è tramontata, l’isola non ha perso la sua funzione. Nel XVI secolo sono arrivati i Fatebenefratelli, l’ordine di San Giovanni di Dio, e l’assistenza sanitaria ha fatto un salto di qualità enorme per i canoni dell’epoca.
I frati hanno rivoluzionato l’organizzazione dell’ospedale introducendo cose che oggi diamo per scontate, ma che allora erano rivoluzionarie: un letto singolo per ogni paziente, prima ci si ammucchiava, e la separazione dei malati nelle corsie in base ai sintomi per evitare che si infettassero a vicenda.
Poi c’è la storia del 1943, che resta la pagina più incredibile di questo posto. Durante i rastrellamenti nazisti, il primario Giovanni Borromeo e i medici dell’ospedale si inventarono una malattia da zero, chiamata “Morbo K”. Compilarono schede cliniche spaventose dicendo che si trattava di un virus letale e molto contagioso. I soldati tedeschi, terrorizzati dall’idea di prenderselo, rinunciarono ai controlli e l’ospedale riuscì così a nascondere e salvare centinaia di ebrei e ricercati politici.
Oggi la sensazione che si ha camminando lungo la banchina al tramonto, con l’acqua che corre veloce sotto i ponti, è quella di trovarsi in un luogo dove la cura non è mai stata una professione come un’altra, ma una sorta di vocazione scritta nella pietra.






























































