Era il 1979, pochi mesi dopo la rivoluzione iraniana. Oriana Fallaci riuscì a ottenere l’incontro più temuto del suo tempo: un faccia a faccia con l’Imam Khomeini. Oggi, quarant’anni dopo, quell’intervista resta un documento unico: non solo per il coraggio della giornalista italiana, ma per il modo in cui sfidò convenzioni, ideologie e autorità senza mai abbassare lo sguardo.
Fallaci arrivò a Teheran indossando il chador, l’abito obbligatorio imposto alle donne. Non appena entrò nello studio dell’Imam, nonostante la tensione, prese subito la parola, decisa a parlare chiaro, senza compromessi. Tra le tante domande troviamo temi attuali ancora oggi, come quello della differenza di genere
«La prego, Imam: devo chiederle ancora molte cose. Di questo “chador” a esempio, che mi hanno messo addosso per venire da lei e che lei impone alle donne. Mi dica; perché le costringe a nascondersi come fagotti sotto un indumento scomodo e assurdo con cui non si può lavorare né muoversi? Eppure anche qui le donne hanno dimostrato d’essere uguali agli uomini. Come gli uomini si sono battute, sono state imprigionate, torturate, come gli uomini hanno fatto la rivoluzione…»
«Le donne che hanno fatto la rivoluzione erano e sono donne con la veste islamica, non donne eleganti e truccate come lei che se ne vanno in giro tutte scoperte trascinandosi dietro un codazzo di uomini. Le civette che si truccano ed escono per strada mostrando il collo, i capelli, le forme, non hanno combattuto lo Scià. Non hanno mai fatto nulla di buono quelle. Non sanno mai rendersi utili: né socialmente, né politicamente, né professionalmente. E questo perché, scoprendosi, distraggono gli uomini e li turbano. Poi distraggono e turbano anche le altre donne».
Fallaci non si lasciò intimidire. La sua voce rimase ferma ma carica di indignazione:
«Non è vero, Imam. E comunque non mi riferisco soltanto a un indumento ma a ciò che esso rappresenta: la segregazione in cui le donne sono state rigettate dopo la rivoluzione. Il fatto stesso che non possano studiare all’università con gli uomini, né lavorare con gli uomini, né fare il bagno in mare o in piscina con gli uomini. Devono tuffarsi a parte con il “chador”. A proposito, come si fa a nuotare con il “chador”?»
«Tutto questo non la riguarda. I nostri costumi non vi riguardano. Se la veste islamica non le piace, non è obbligata a portarla. Perché la veste islamica è per le donne giovani e perbene».
Fallaci, allora, compì un gesto coraggioso e simbolico: si tolse il chador davanti all’Imam, con la stessa naturalezza con cui un soldato abbassa l’arma. Poi continuò:
«Molto gentile. E, visto che mi dice così, mi tolgo subito questo stupido cencio da Medioevo. Ecco fatto. Però mi dica: una donna che come me ha sempre vissuto tra gli uomini mostrando il collo e i capelli e gli orecchi, che è stata alla guerra e ha dormito al fronte con i soldati, è secondo lei una donna immorale, una vecchiaccia poco perbene?»
«Questo lo sa la sua coscienza. Io non giudico i casi personali, non posso sapere se la sua vita è morale o immorale, se si è comportata bene o no coi soldati alla guerra. Però so che nella mia lunga vita ho sempre avuto conferma di quello che ho detto. Se non esistesse questo indumento, le donne non potrebbero lavorare in modo utile e sano. E nemmeno gli uomini. Le nostre leggi, sono valide leggi».
Poi Fallaci toccò uno dei temi più controversi della legge islamica, la poligamia:
«Compresa la legge che consente a un uomo di prendersi quattro mogli, Imam?»
«La legge delle quattro mogli è una legge molto progressista ed è stata scritta per il bene delle donne in quanto le donne sono più numerose degli uomini: nascono più donne che uomini, le guerre uccidono più uomini che donne. Una donna ha bisogno di un uomo, e cosa dobbiamo fare visto che al mondo vi sono più donne che uomini? Preferisce che le donne in avanzo diventino putt*ne oppure che sposino un uomo con più mogli? Non mi sembra giusto che le donne sole diventino puttane perché mancano gli uomini. E dico: anche nelle condizioni difficili che l’Islam impone a un uomo con due o tre o quattro mogli, uguale trattamento e uguale affetto e uguale tempo, questa legge è migliore della monogamia».
Il coraggio di Oriana Fallaci
A distanza di quarant’anni, il faccia a faccia tra Oriana Fallaci e Khomeini non è solo cronaca politica o religiosa e non è solo storia: è uno specchio dei temi ancora oggi vivi nel mondo. Libertà di parola, diritti delle donne, conflitto tra cultura e potere, la tensione tra tradizione e modernità… sono tutte questioni che continuano a segnare la società contemporanea. Questa intervista è la dimostrazione che una donna può usare la parola per affrontare il potere, che il suo coraggio può superare le barriere culturali.
Fallaci non piegò mai lo sguardo, non cedette all’intimidazione di un uomo che incarnava il potere assoluto. Ogni domanda, ogni gesto, ogni parola era misurata e decisa. Con la sua penna, ha trasformato l’incontro in un documento vivo, pulsante, che ancora oggi dopo tanti anni fa discutere e riflettere.
Oriana Fallaci mostrò che una giornalista determinata può incidere sulla storia, lasciare un segno indelebile e trasformare il coraggio in eredità e fonte di ispirazione ricordandoci che le domande scomode vanno poste sempre, anche quando la risposta può turbare o far arrabbiare chi detiene l’autorità.




























































