Maratona
  • Febbraio 26, 2026
  • Ilaria Bianchi
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La maratona femminile non è nata con una medaglia. Non è nata con un regolamento aggiornato. È nata con una disobbedienza. Con una donna che ha deciso di correre quando le era stato detto che non poteva. Sono in particolare due le donne che hanno cambiato la storia della maratona.

Negli anni Sessanta, alla Boston Marathon, alle donne non era consentito partecipare. Ufficialmente non erano “fisicamente in grado” di correre 42,195 chilometri. Si sosteneva che fosse pericoloso, inadatto, persino dannoso per il loro corpo.

 

La prima, senza numero

Roberta Gibb non era un’attivista in cerca di visibilità. Era una ragazza cresciuta a Boston, abituata a correre nei boschi del New England. Amava correre, si allenava quasi ogni giorno, spesso con il fidanzato. La corsa era parte della sua identità prima ancora di diventare un tema politico.

Scrisse alla Boston Athletic Association per iscriversi alla maratona, era convinta che avrebbe ricevuto un loro ok e un pettorale. Ricevette invece una lettera di rifiuto dove veniva spiegato che la gara era riservata ai soli uomini in quanto le donne non erano fisicamente in grado di correre una maratona.

Quella frase la colpì più della sua esclusione. Non era solo un divieto burocratico. Era una definizione di ciò che lei poteva o non poteva essere. Un’affermazione senza effettive basi scientifiche: si parlava infatti di presunti danni all’apparato riproduttivo, fragilità strutturale, rischio di “collasso nervoso”, ma non esistevano studi seri che dimostrassero che una donna allenata non potesse sostenere uno sforzo di endurance.

La Gibb si era allenata per quasi due anni, accumulando centinaia di chilometri. Non stava tentando un’impresa impossibile. Stava facendo ciò per cui si era preparata.

Cinque giorni prima della gara prese un autobus da San Diego, dove nel frattempo si era trasferita per lavoro. Più di 4.800 chilometri per tornare nella sua città e correre una gara che ufficialmente non la voleva.

Il giorno della partenza si nascose tra i cespugli vicino alla linea di start. Indossava i bermuda del fratello e scarpe da uomo, perché scarpe tecniche da donna non esistevano. Aspettò il momento giusto e si infilò nel gruppo dei 540 corridori.

Non cercava lo scontro. Cercava di non farsi notare.

E invece venne notata. I corridori capirono subito che era una donna. E scelsero, spontaneamente, di proteggerla.

Roberta partì consapevole che non stava correndo solo per sé. Era diventata, suo malgrado, una prova vivente. Arrivò fino a Heartbreak Hill con i piedi sanguinanti per le scarpe troppo piccole, disidratata, all’epoca si pensava che bere in corsa provocasse crampi, e vicina al cedimento.

In quel momento capì che ritirarsi avrebbe significato confermare ciò che il comitato aveva scritto nella lettera. Che le donne non potevano farcela. Continuò. E tagliò il traguardo.

Senza pettorale. Senza riconoscimento ufficiale.

Il numero che nessuno riuscì a strappare

L’anno dopo un’altra donna fece un passo diverso. Kathrine Switzer , una giovane americana appassionata di sport e giornalismo, fece una scelta rivoluzionaria. Si iscrisse ufficialmente alla maratona di Boston con le iniziali K.V. Switzer per non farsi riconoscere.

Pettorale 261. Durante la gara, il direttore Jock Semple la raggiunse e cercò di strapparle il numero dalla felpa. La fotografia di quell’istante fece il giro del mondo. Non era solo un gesto di rabbia. Era il tentativo di ribadire un confine: questo spazio non è tuo. Kathrine non si fermò. Aiutata dal fidanzato e da altri runner, continuò e concluse la maratona.

Nel 1972 la maratona di Boston aprì ufficialmente alle donne.

Dopo quella gara, la Switzer ha dedicato la vita a promuovere la partecipazione femminile nelle corse, diventando icona e mentore per generazioni di atlete. Il suo numero, il 261, è diventato leggendario, simbolo di libertà, determinazione e resilienza.

Non volevano essere simboli ma sono state rivoluzione

C’è una cosa che rende questa storia meno retorica di come spesso viene raccontata: nessuna delle due voleva diventare un’icona.

Roberta Gibb voleva correre la gara della sua città. Kathrine Switzer voleva dimostrare che poteva farlo senza nascondersi.

Non cercavano uno scontro ideologico. Cercavano uno spazio.

La maratona femminile, oggi, esiste perché qualcuno ha smesso di accettare un limite dichiarato “naturale”. E lo ha fatto nel modo più semplice possibile: facendo ciò che amava fare.

La disobbedienza, a volte, non è urlare. È continuare a correre quando qualcuno prova a fermarti.

Ilaria Bianchi

Redattrice sportiva, attrice e conduttrice. Laureata in Lingue, Culture e Letterature presso l’Università La Sapienza di Roma e con un Master in Luxury Brand Management, ha collaborato con diverse testate sportive, occupandosi in particolare di calcio e calciomercato. Dal 2022 è presenza televisiva, prima con il programma Donnavventura su Rai2, poi con Sportitalia e oggi come conduttrice del format Lazialità in onda su Lazio TV.
Appassionata di sport, cinema e comunicazione porta nei suoi lavori competenza, energia e una visione internazionale maturata grazie alle esperienze di studio e di vita all’estero.

Autori preferiti: Paulo Coelho, Alessandro Baricco
Registi preferiti: Federico Fellini, Paolo Sorrentino, Quentin Tarantino

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