Nel maggio del 1924, il Giro d’Italia stava per partire, e tra i corridori, in mezzo a uomini già famosi, c’era un nome: Alfonsina Strada. Una donna, soprannominata dai giornali ” Il diavolo in gonnella”. L’unica che sfidò il Giro d’Italia nella storia del Giro maschile. Nessuno sapeva cosa aspettarsi, e molti si chiedevano se ce l’avrebbe fatta. La risposta, pedalata dopo pedalata, fu un grande, inequivocabile “sì”.
In quell’Italia ancora chiusa a certe libertà, Alfonsina non rappresentava solo un’eccezione sportiva. Era una sfida, silenziosa ma potente, a pregiudizi e convenzioni che le avrebbero detto: “No, tu non puoi farlo”. Eppure lei non ascoltava.
Dalle campagne emiliane al sogno della bicicletta
Alfonsina nacque nel 1891 a Castelfranco Emilia, in una famiglia contadina numerosa e povera. Era la seconda di dieci figli, e la vita nei campi era dura: sveglia all’alba, lavoro fisico e nessun tempo per sognare. Ma poi arrivò la bicicletta.
Non una bici qualsiasi, ma un vecchio mezzo malandato che il padre teneva in cantina. Per Alfonsina, però, era magia. Velocità, vento, libertà. Da quel momento la bicicletta divenne la sua compagna inseparabile.
Da ragazzina iniziò a gareggiare nelle piccole competizioni dei paesi vicini. A volte lo faceva di nascosto: “Vado a messa”, diceva ai genitori, ma in realtà correva per sentire il cuore battere più forte, per sentire l’adrenalina della gara. E presto si capì che non era un gioco: Alfonsina aveva talento, e non solo, aveva coraggio.
Quando sposò Luigi Strada nel 1915, trovò un compagno che credeva in lei quanto lei credeva nella bicicletta. Luigi le regalò una bici da corsa vera, e da allora Alfonsina Strada non fu più la ragazza delle campagne: diventò una ciclista pronta a sfidare chiunque, uomo o donna.
Il Giro del 1924: la corsa impossibile
Il Giro del 1924 era spietato: oltre 3.600 chilometri su strade sterrate, tappe lunghissime, biciclette pesanti, niente assistenza tecnica. Un percorso che avrebbe piegato anche i corridori più forti.
E Alfonsina era lì. Sola, fragile agli occhi di molti, ma con gambe instancabili. Cadute, pioggia, guasti meccanici: tutto sembrava contro di lei. Arrivò persino a una tappa fuori tempo massimo, e secondo le regole avrebbe dovuto ritirarsi. E invece no: gli organizzatori la lasciarono proseguire, fuori classifica, forse perché nessuno aveva mai visto tanto coraggio in una donna.
Lungo le strade, la folla cominciò a tifarla. Non era più solo una curiosità, era una storia da raccontare. Quando Alfonsina arrivò a Milano, il traguardo finale, era diventata leggenda. I giornali la soprannominarono “il diavolo in gonnella”, e il soprannome calzava a pennello: piccola di statura, ma immensa di forza.
Un’eredità per le donne
Dopo quell’anno, le donne non poterono più correre il Giro. Alfonsina però non si arrese: continuò a gareggiare e a esibirsi in tutta Italia, portando la sua passione ovunque. Per molto tempo la sua storia fu dimenticata, ma oggi è riconosciuta come la pioniera dello sport femminile.
Alfonsina Strada non vinse il Giro, eppure lo superò. Non solo la fatica fisica, ma le regole, i pregiudizi, il pensiero comune: tutto. La sua impresa non è solo ciclistica, è una lezione di coraggio e determinazione. Pedalando sulle strade sterrate del 1924, Alfonsina non stava solo correndo una gara: stava aprendo la strada a tutte le donne che sarebbero venute dopo di lei.
E oggi, più di un secolo dopo, la sua corsa continua a ispirarci.










