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Il ritorno del vintage e dell’usato: tra economia e ecologia. Dalle bancarelle della domenica mattina alle notifiche compulsive di Vinted o Depop, comprare usatato non è più una necessità da nascondere, ma una dichiarazione d’intenti. La Gen Z e i Millennials hanno trasformato l’armadio della nonna in una miniera d’oro e il thrift shop nel nuovo centro commerciale. Tra felpe oversize degli anni ’90, vinili impolverati e mobili d’epoca riadattati, l’economia circolare vive il suo momento di gloria. Ma dietro questa massiccia riscoperta del second-hand si cela un’autentica conversione ecologica o stiamo assistendo all’ennesima strategia di sopravvivenza (e di stile) infiocchettata da narrative green?

L’effetto “armadio infinito” tra risparmio e caccia al pezzo unico: l’usato

Non si può negare la realtà: l’inflazione picchia sodo e gli stipendi d’ingresso per le nuove generazioni non permettono certo follie nel fast fashion di fascia alta, figuriamoci nella moda di lusso. In questo scenario, l’usato rappresenta prima di tutto una scialuppa di salvataggio finanziaria. Acquistare un capo di buona fattura al prezzo di una maglietta di plastica prodotta in serie è un calcolo matematico elementare.

Accanto al portafoglio, però, c’è il fattore identità. In un mondo iper-omologato dalle tendenze lampsilano che durano una settimana su TikTok, il pezzo vintage unico offre la risposta all’ansia da uniformità. Entrare in un mercatino significa accettare la sfida della caccia al tesoro: non sei più un semplice consumatore che scorre una lista, sei un ricercatore. E la sensazione di scovare quella giacca in pelle perfetta a venti euro rilascia una scarica di dopamina che nessun e-commerce tradizionale saprà mai eguagliare.

Quando la sostenibilità diventa moda: il confine sottile dell’overconsumption

Qui però casca l’asino. Quando il vintage si trasforma in un fenomeno di massa, porta con sé le stesse distorsioni del sistema che voleva combattere. La narrazione dominante ci dice che ogni acquisto usato è un bene per il pianeta, perché salva un oggetto dalla discarica e riduce l’impronta carbonica. Ed è vero, ma solo in parte.

Il rischio latente è la cosiddetta “licenza morale”: la sensazione che, siccome sto comprando un capo di seconda mano, posso acquistarne dieci anziché uno. Le piattaforme di second-hand hanno semplificato così tanto il processo da riprodurre le stesse dinamiche d’acquisto compulsivo del fast fashion. Si compra a poco, si indossa per una foto e si rivende subito dopo per comprare altro. Il risultato? Una girandola infinita di spedizioni, imballaggi in plastica e corrieri che sfrecciano per la città per consegnare un singolo maglione usato. Il consumo rallenta solo in apparenza, mentre la logistica continua a viaggiare a pieni motori.

In definitiva, il ritorno dell’usato è una medaglia a due facce. Nasce senza dubbio da un mix di pragmatismo economico e una genuina insofferenza per gli sprechi della produzione industriale. Ha sdoganato l’idea che l’usato non sia “roba di scarto”, ma valore da preservare. Tuttavia, la vera svolta ecologica non avverrà cambiando semplicemente il luogo in cui facciamo shopping. Avverrà quando smetteremo di considerare i vestiti e gli oggetti come beni usa e getta, a prescindere dal fatto che abbiano cinque giorni o cinquant’anni di vit

Ilaria Bianchi

Redattrice sportiva, attrice e conduttrice. Laureata in Lingue, Culture e Letterature presso l’Università La Sapienza di Roma e con un Master in Luxury Brand Management, ha collaborato con diverse testate sportive, occupandosi in particolare di calcio e calciomercato. Dal 2022 è presenza televisiva, prima con il programma Donnavventura su Rai2, poi con Sportitalia e oggi come conduttrice del format Lazialità in onda su Lazio TV.
Appassionata di sport, cinema e comunicazione porta nei suoi lavori competenza, energia e una visione internazionale maturata grazie alle esperienze di studio e di vita all’estero.

Autori preferiti: Paulo Coelho, Alessandro Baricco
Registi preferiti: Federico Fellini, Paolo Sorrentino, Quentin Tarantino

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