Se è vero che oggi le donne nel giornalismo si stanno facendo strada e entrano nelle redazioni con maggiore continuità, è altrettanto evidente che il vertice resta ancora un territorio da conquistare. Il giornalismo italiano si muove, ma lo fa con la lentezza di chi ha dovuto prima scardinare un sistema rigido, costruito su gerarchie maschili e su un’idea di autorevolezza che per decenni ha avuto un solo volto. Le recenti nomine di due condirettrici al Corriere della Sera e l’arrivo di una telecronista donna ai mondiali maschili segnano un passaggio simbolico forte. Sono tappe. Non il traguardo.
Dalle pioniere alle voci contemporanee nel giornalismo
Le prime donne che hanno aperto la strada lo hanno fatto spesso controcorrente. Non con concessioni, ma con rotture. Da Oriana Fallaci a Camilla Cederna, fino a Miriam Mafai e Natalia Aspesi, il loro ingresso nei territori della politica e del reportage non è stato lineare: è stato combattuto, negoziato, difeso.
Ancora prima, figure come Flavia Steno sceglievano il fronte della Prima guerra mondiale quando per una donna il ruolo previsto era ben altro. E poi Matilde Serao, direttrice già nel 1903, in un’Italia che non era pronta ma che, grazie a lei, ha dovuto adattarsi.
Il dato interessante, anche dal punto di vista scientifico-sociale, è che questi percorsi individuali hanno generato un effetto cumulativo. Studi sulla sociologia delle organizzazioni mostrano che la presenza di “role model” femminili aumenta la probabilità di ingresso e permanenza delle donne nei settori altamente competitivi. Non è solo rappresentanza: è trasformazione strutturale.
Eppure, la trasformazione è lenta. Nel giornalismo sportivo, per esempio, i pregiudizi resistono più che altrove. La credibilità femminile viene ancora messa in discussione con maggiore frequenza rispetto a quella maschile, un fenomeno ben documentato anche nella letteratura sulle bias cognitive e sulla percezione dell’autorevolezza.
Il peso delle parole e il coraggio di restare
La televisione ha avuto un ruolo decisivo. Volti come quelli delle inviate di guerra o delle prime conduttrici dei telegiornali hanno cambiato il linguaggio, rendendolo più diretto, meno codificato. Più umano. Non è un dettaglio: il linguaggio costruisce realtà, e nel giornalismo questo significa anche ridefinire chi ha diritto di raccontarla.
La storia di Bianca Maria Piccinino, tra divulgazione scientifica e conduzione del telegiornale, è emblematica: una donna che entra in un sistema chiuso e lo attraversa senza snaturarsi. La sua traiettoria dimostra che competenza e versatilità non sono eccezioni, ma condizioni necessarie per restare.
E qui si arriva al punto più scomodo: il costo. Molte donne rinunciano prima ancora di provarci. Non per mancanza di capacità, ma per un sistema che amplifica l’errore femminile e normalizza quello maschile. È un meccanismo noto anche in psicologia: la cosiddetta “minaccia dello stereotipo” riduce la performance quando si percepisce di essere giudicate attraverso un pregiudizio.
Per questo il tema non è solo “quante donne ci sono”, ma quanto è sostenibile restare.
Il giornalismo cambia davvero quando non serve più parlare di “prime volte”. Fino ad allora, ogni conquista resta una notizia. E ogni notizia, in questo caso, è anche un promemoria: il percorso è iniziato da tempo, ma non è ancora finito.





















































































































