Giorgio III

Sovrano longevo, protagonista di eventi epocali, ma anche uomo segnato da una malattia mentale che ne compromise il regno e l’immagine pubblica. Giorgio III è celebre a causa della sua “pazzia” , la quale è stata ridotta ad etichetta stigmatizzante o a curiosità aneddotica.

Un regno longevo

Giorgio III salì al trono nel 1760, inaugurando una stagione complessa per la monarchia britannica. Fu il primo Hannover a sentirsi pienamente inglese, parlando la lingua e identificandosi con il paese che governava. Durante il suo regno la Gran Bretagna affrontò passaggi cruciali come la Rivoluzione americana, che portò alla perdita delle Tredici Colonie, e le guerre contro la Francia rivoluzionaria e napoleonica.

Questi eventi avrebbero messo alla prova qualunque sovrano. Nel caso di Giorgio III, tuttavia, le tensioni politiche si intrecciarono con un progressivo deterioramento della salute mentale. Le crisi, documentate da diari di corte e resoconti medici, includevano deliri, logorrea incontrollata, insonnia e stati di agitazione estrema.

Ancora oggi la diagnosi resta discussa. Si parla di porfiria, disturbo bipolare, patologie neurologiche. Al di là dell’etichetta clinica, è chiaro che la malattia ebbe conseguenze istituzionali, fino alla proclamazione della Reggenza del figlio nel 1811.

L’amore che sostenta la “follia” di Giorgio III

Accanto al sovrano si cela l’uomo umano, con tutte le sue fragilità. E se è vero che dietro ad un grande sovrano vi è una grande donna, in questo caso è proprio vero!

Infatti, il matrimonio con Carlotta di Meclemburgo-Strelitz, nato come unione dinastica, si trasformò in un legame affettivo solido, raro nelle corti europee del tempo. La regina fu una presenza costante durante le crisi del marito, assumendo un ruolo di sostegno emotivo e, indirettamente, politico.

Vi è da specificare, inoltre, che il termine “pazzia” è una definizione che all’epoca riassumeva tutta una serie di comportamenti non ancora documentati dalla psichiatria. Quel che è certo è che la storia tra i due regnanti è stata soprattutto una storia di chimica. Si sono piaciuti al primo sguardo.

Questa relazione introduce una prospettiva diversa sulla follia di Giorgio III: non solo problema di Stato, ma esperienza familiare, condivisa, dolorosa. La malattia mentale entra così nello spazio dell’intimità, rivelando la fragilità dietro la maestà.

Giorgio III
Fonte: The Soundcheck

Il sovrano che guardava le stelle

Questa immagine di re Giorgio III restituisce forse meglio di qualunque altra diagnosi le sue fragilità. Infatti, in base alle testimonianze, si racconta che durante alcune delle sue crisi, il sovrano era assorto, rivolgeva lo sguardo al cielo, come se cercasse ordine e silenzio in un universo che la sua mente non riusciva più a contenere. Le stelle diventano così simbolo di fuga, ma anche di ricerca: un tentativo di trovare armonia laddove, dentro di sé, regnavano dissonanza e caos.

In questa immagine poetica convivono due dimensioni opposte. Da un lato il re, figura terrena del potere, garante dell’ordine politico; dall’altro l’uomo smarrito, che alza gli occhi verso l’infinito quasi a chiedere sollievo. Guardare le stelle significa sottrarsi, anche solo per un istante, al peso della corona. È un gesto di solitudine profonda, ma anche di intima libertà.

La cultura contemporanea ha fatto di questa visione un potente dispositivo narrativo. Il sovrano non è più soltanto il “re pazzo”, ma un individuo che contempla il cosmo mentre perde il controllo del proprio mondo interiore. Le stelle, immobili e lontane, contrastano con la mente instabile del re: più il cielo appare ordinato, più risulta tragico il disordine che lo abita.

Così il sovrano che guarda le stelle diventa metafora duratura, quella dell’uomo dietro l’istituzione, della vulnerabilità nascosta dietro il potere, e del bisogno universale, anche per un sovrano, di cercare luce nell’oscurità.

 

Re Giorgio III in Queen Charlotte

La serie Queen Charlotte: A Bridgerton Story, prequel della seria conosciuta come Bridgerton, propone una rappresentazione intensamente romanzata ma emotivamente penetrante del sovrano.

Qui il sovrano appare inizialmente come un giovane re colto, sensibile, perfino goffo nell’amore. La malattia emerge gradualmente, insinuandosi nella narrazione come minaccia invisibile che compromette il rapporto con Carlotta.

La scelta narrativa più potente è lo spostamento di prospettiva: la follia non è spettacolo pubblico, ma esperienza interiore. Lo spettatore assiste infatti alla paura di Giorgio III di perdere se stesso, alla vergogna, ai tentativi disperati di controllo.

Significativa è soprattutto la rappresentazione delle terapie: pratiche coercitive, isolamento, trattamenti invasivi. Pur con licenze drammatiche, la serie restituisce la durezza della medicina settecentesca, trasformando la cura in ulteriore sofferenza.

Il racconto seriale solleva questioni critiche.

Da un lato, umanizza la figura storica, conosciuta da secoli come il “re pazzo” diventa uomo innamorato, vulnerabile, degno di empatia. Dall’altro, il filtro melodrammatico rischia di romanticizzare la malattia mentale, trasformandola in ostacolo narrativo all’amore più che in condizione clinica complessa.

Tuttavia, proprio questa tensione tra semplificazione e sensibilizzazione rende la serie culturalmente rilevante. La salute mentale, a lungo marginalizzata nei racconti storici, entra nel mainstream con una carica emotiva che favorisce identificazione e dibattito!

Alessandra Marini

Sono una giovane studentessa in lettere moderne, nata a Spoleto anche se attualmente studio e vivo a Roma. Sono un’inguaribile amante di storie e film thriller. Nel mio tempo libero per staccare dal caos della Metropoli amo dipingere, scrivere e praticare numerosi sport. Mi definisco una ragazza tenace che segue le proprie aspirazioni. Per questo vorrei fare della mia passione più grande, ovvero la scrittura, il mio futuro lavoro.

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